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Anish Kapoor

Anish Kapoor

Anish Kapoor


"Spaesamenti percettivi", così l'artista Anish Kapoor ama chiamare le sensazioni che suscitano le proprie opere, spaesamenti ora vivibili direttamente grazie alla mostra appena inaugurata a Milano, mostra dedicata all'artista inglese, che in Città ritorna dopo la personale che inaugurò la Fondazione Prada nel 1995.
L'esposizione si articola in due spazi distinti alla Rotonda della Besana fino al 9 ottobre e all Fabbrica del Vapore fino all’8 gennaio.

Alla Besana sono in mostra sette opere, di cui sei in acciaio lucidato ad effetto specchio che si muovono in moto circolare, tra i bracci della ex-chiesa di San Michele, tutte intorno ad un grande installazione circolare riempita di cera rossa. Un braccio meccanico sposta impercettibilmente la massa di materiale che lentamente si modifica e prende nuove forme. Si tratta di una selezione delle opere dal 2003 al 2010.

Il cuore pulsante della mostra è però costituito da My Red Homeland, (2003), una monumentale installazione di cera e colore ad olio disposta su un ampio (12 metri di diametro) contenitore circolare sopra cui si muove un braccio meccanico connesso ad un motore idraulico che gira sopra un asse centrale, spingendo e schiacciando la cera, in un lento e silenzioso atto infinito di modificazione. L’artista considera il colore rosso come “un mezzo di investigazione emozionale”. “Rosso é il colore del sangue, della passione e delle emozioni, rosso il colore della carne, convertita in questo lavoro in cera e vasellina, materiali organici ma duraturi”.

Dal “rosso” della cera al “rosso” del vino il passo è breve ma non semplice, passo che affronteremo con i vini di Olmo Antico
(www.olmoantico.it)



Gli specchi di acciaio di Anish Kapoor riflettono la realtà, la ritrasmettano ai nostri occhi deformandola, invertendola, creando un senso di “piacevole” smarrimento, di “giocoso” disequilibrio. L’esperienza non è completamente disorientante, non è angosciante perché richiama nella nostra mente esperienze sensoriali in qualche modo già vissute come il rifletterci sulla superfice dell’acqua o come gli specchi deformanti dei Luna Park dell’infanzia.

Come non accostargli quindi se non un vino freddo come l’acciaio?


Ma anche qui l’esperienza sensoriale deve essere di “piacevole” smarrimento, di “giocoso” disequilibrio.
Da sempre il vino ha accompagnato il lavoro nei campi, tanto in pianura quanto sui monti, e, in estate, il vino fresco rappresentava la naturale risposta al caldo.
Ecco quindi che proponiamo in abbinamento con queste opere di Kapoor un vino freddo, rosso, un vino quindi che ben conosciamo come esperienza termica, ma declinato in un’esperienza cromatica inusuale, deformante in questo contesto, ma nel complesso piacevole e giocosamente equilibrata: “Il 14 Ottobre” , IGT Provincia di Pavia , che è uno dei pochi vini a coltivazione naturale da servire freddo (6-8°).
Grazie alle proprietà dell’uva ai metodi di raccolta in vendemmia e al lungo appassimento in vigna la sensorialità della Croatina sopravvive al freddo, anzi si svela a nuove emozioni.
Perché “14 ottobre”. Ecco la spiegazione del produttore:

“Il 14 Ottobre per noi è l’ultimo giorno di vendemmia... finisce una anno di attesa, sofferenze, paure... ma anche tante soddisfazioni... e noi, nelle nostre vigne vecchie di quarant’anni, attendiamo con ansia che sia l’anno giusto... l’anno del 14 Ottobre... quando tutto è già finito... noi cogliamo l’ultima uva, matura il più possibile... e anche di più... con le nostre nebbie, il sole pallido... lasciamo che, come una volta, il tempo decida se è l’anno giusto.”

“Il 14 Ottobre” si presenta di color rosso rubino, con riflessi violacei. Il sapore è fresco, vinoso, come di ciliegia sotto spirito, di frutta fresca, nonostante venga servito freddo il sapore è “caldo”, poco tannico, abbastanza morbido; nel complesso molto pulito

La sfida sensoriale del “14 ottobre” è significativa proprio come in Kapoour, dove il passaggio dalla deformazione giocosa all’angoscia può essere breve, anche in questo vino il prevalere delle sensazioni termiche potrebbe annullare e vanificare le sensazioni odorose della croatina.

Il rosso però non può che immediatamente richiamare l’installazione “chiave” della Besana,
“My Red Homeland” , un'opera monumentale in lento e continuo divenire. La scultura si basa sulla cera, antico e popolare prodotto del lavorio dell’ape e del lavoro dell’uomo, sostanza povera ma che in Kapoor sotto l’azione del “Tempo” (qui rappresentato da un motore) cambia continuamente l’organicità della materia e quindi ciò che l’osservatore sperimenta sensorialmente.




Ecco allora che possiamo abbinarci “La P..Nera” sempre di Olmo Antico:



il Barbera fornisce la struttura su cui il Pinot sotto l’azione del “Tempo” rappresentato dall’ossigenazione del vino, ne modifica il bouquet, gli aromi, le sensazioni odorose.

Da un lato la cera in movimento di Kapoor che sottintentende una realtà in movimento, in divenire, sempre uguale nel suo rosso cromatismo, ma sempre diversa nelle sue forme visive, rivela la sua costanza, dall’altro la barbera, uva povera, popolare, nobilitata da questo “matrimonio d’interesse” con il Pinot, mantiene il suo rosso cromatismo ma si apre col tempo, si disvela, si rivela nella sua forza, nella sua odorosità.
Si tratta di un’opera e di un vino nel complesso molto equilibrati, dall’impressione sensoriale lunga e persistente, che nella “versione” enologica presenta note di marasca e frutti rossi con una acidità molto elegante a richiamare quella sensazione “sgradevole ma non troppo”, quasi di lenta ma non inarrestabile emorragia da una ferita ancora aperta ma pronta a richiudersi, a cicatrizzarsi, a conservare in sé memorie ancestrali di “lacrime e sangue” senza le quali il nostro presente avrebbe un ben più triste divenire.

Ancora una volta cosa c’è di più tradizionale della cera per modellare forme, cosa c’è, almeno in Italia, di più tradizionale della barbera, ma tanto Kapoor quanto Olmo Antico partono dalla Tradizione per portarci verso orizzonti innovativi che guardano avanti mantenendosi saldi alle radici. Ancora una volta, citando Hofmannsthal “si concede spazio a quel che apparentemente è di ieri solo perché ci fa percepire quel che è di ieri come qualcosa di vivo”. La Tradizione dunque come base imprescindibile, antidoto contro la perdita di valori e la crisi di identità dell’uomo moderno.




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